Anche dall’assemblea di ieri si conferma il doppio volto del Leone di Trieste: asse-crocevia in Italia e troppo grande per crescere ancora nel nostro Paese, quindi sempre più proiettato all’estero,
nell’avviare l’istruttoria e sospendere l’aggregazione Unipol-Fonsai, ha sottolineato nuovamente il legame fra Generali e Mediobanca, rilevando che il ruolo della banca d’affari nell’operazione potrebbe inibire il Leone dalla concorrenza con il nuovo polo assicurativo che si verrebbe a creare. Il presidente Gabriele Galateri ha sottolineato che «qui nessuno ci comanda. La maggioranza decide: se qualcuno dissente lo dica, lo faccia, agisca in consiglio». «Mediobanca ha il 13,2%» di Generali. La democrazia vuole che chi ha la maggioranza decide, e qui c’è una maggioranza ben superiore. In consiglio abbiamo personaggi di grandissima qualità». Ha quindi rilevato che la normativa sui doppi incarichi, che ha portato all’uscita dal board dell’amministratore delegato di Mediobanca Alberto Nagel e del direttore generale Saverio Vinci, che verranno sostituiti nel prossimo consiglio di maggio, «in linea di massima è condivisibile, ma non mi riconosco in una condizione di liberazione da 25 aprile come è stata definita: mai percepito controllo o forzature da parte del board o dell’azionariato di Mediobanca». E Perissinotto, sulla concorrenza con Fonsai, ha sottolineato: «Non ci sentiamo affatto inibiti» dal ruolo di Mediobanca. «Se possiamo approfittare della debolezza dei concorrenti lo facciamo».
Si tratta però di competizione su portafogli e aree. Sotto il profilo strategico la vera concorrenza il Leone la «percepisce» all’estero. Con i big europei. Con oltre 460 miliardi di asset investiti, di cui 46 in bond italiani e un’esposizione complessiva in titoli di rischio sovrano per 113,8 miliardi, la compagnia è certo uno dei principali protagonisti della nostra economia ed è un crocevia fondamentale. Ma il «futuro» è soprattutto fuori dai nostri confini.
Come ha più volte sottolineato il group ceo Giovanni Perissinotto, «già oggi l’Italia vale il 30% della raccolta premi. Italia, Francia e Germania – i primi tre Paesi – raggiungono il 70% dei 69 miliardi di premi complessivi del gruppo. La percentuale è però destinata a scendere a favore della raccolta che il Leone punta a fare nei mercati emergenti». Nei prossimi dieci anni Trieste vuole «pareggiare la raccolta nei mercati emergenti giungendo al 50% del totale premi». Tra questi mercati Perissinotto ha indicato Europa Orientale, Asia, e Brasile. «Negli ultimi anni questi Paesi ad alto potenziale sono già cresciuti sia in termini di premi sia di redditività». In particolare i premi di quest’area sono aumentati dal 2005 del 10,2% medio annuo, da 3,7 a 6,7 miliardi, mentre il risultato operativo ha mostrato una crescita ancora più forte, del 31% in media ogni anno a 655 milioni. Così la quota sul risultato operativo totale di mercati emergenti è salita al 14,7% del totale di oggi dal 3,6% di sei anni fa.
Però se il Leone si proietta nei mercati internazionali, sul mercato soffre il «mal d’Italia», risente del rischio Paese. Lo ha sottolineato Galateri: le Generali, che oggi quotano 10 euro, sono penalizzate in Borsa perché sono considerate come il nostro Paese. «Senza che sembri una visione iconoclasta, noi abbiamo il 30% dei premi in Italia. Se fossimo presenti così in un altro Paese, non credo avremmo la stessa visione borsistica. Sappiamo che anche altre compagnie soffrono perché hanno l’immagine del Paese in cui sono. Mi diceva la stessa cosa il dirigente di una società che non opera nel settore assicurativo, ma che ha il 30% del business in un Paese dell’Europa mediterranea e il 70% altrove. Eppure, versa in una situazione borsistica analoga alla nostra».
Nonostante ciò, ed è la difesa anche nei confronti delle critiche dell’imprenditore di Luxottica Leonardo Del Vecchio sulle quotazioni depresse dell’azione Generali, Perissinotto ha rilevato ieri che in un anno il titolo ha perso il 30,98% contro un calo dell’indice del 31,18%. Senza citarli direttamente, Galateri ha fatto il confronto con Allianz e Axa, che hanno «perso sensibilmente di più rispetto ai propri listini».
Sergio Bocconi