Così, con il fallimento delle holding familiari del mattone finisce l’impero di Salvatore Ligresti, che proprio su edilizia e immobiliare ha costruito la sua fortuna.
Con la decisione dei giudici da ieri la famiglia non ha più in sostanza il controllo del gruppo: «azionista di riferimento» della holding Premafin diventa di fatto il tribunale, attraverso il 20% detenuto dalle società in default (e in pegno presso le banche) e il 20% che faceva capo ai trust offshore considerati riconducibili all’ingegnere, quota ora sotto sequestro e «scovata» in Svizzera. Ai Ligresti resta poco più del 30% distribuito fra le «scatole» dei tre figli Jonella, Giulia e Paolo. L’ultima pièce della «famiglia padrona» è andata in scena solo pochi giorni fa quando, al termine di una singolare assemblea di Premafin all’insegna dei colpi di scena e degli occhiali scuri per nascondere stanchezza e lacrime, i Ligresti hanno votato con il 51% circa ancora a disposizione l’aumento di capitale riservato a Unipol (ma da loro teoricamente «aperto» anche ad altri) che ha salvato per il momento la holding dal crac. E alle otto di sera, nella hall di uno dei loro alberghi (in vendita) dove si è svolta l’assise, Paolo ha trascinato via dai cronisti il padre Salvatore che stava raccontando nuovamente il primo affare del «ragazzo» venuto da Paternò: «Una storia bellissima», ha ripetuto come nell’unica intervista rilasciata nel 1986 ad Anna Di Martino. «Avevo saputo della possibilità di acquistare il diritto per costruire un sopralzo in via Savona, ma ci volevano 15 milioni e io ne avevo cinque. Sono andato al Credito commerciale per chiedere un prestito e mi ha ricevuto il direttore generale Mascherpa. Un grande banchiere». «Papà, andiamo a cena», l’ha scosso Paolo e insieme sono usciti nella via dominata dai cantieri che solo poco tempo fa erano ancora loro, nell’area Garibaldi-Varesine. Ultime scene del tramonto di un impero, iniziato come leggenda vuole negli anni Sessanta da un sopralzo (il cui diritto è stato rivenduto per 50 milioni), e che ha visto Salvatore conquistare indisturbato nel ventennio successivo il titolo di re del mattone di Milano e l’appellativo di Mister 5% per il network di partecipazioni finanziarie accumulate. Quando, nel 1986, «svela» nell’intervista intitolata «Ecco i miei misteri» la storia del suo successo, Ligresti ha appena comprato la Grassetto, una delle maggiori società di costruzione. E possiede già catene alberghiere, la Pozzi Ginori, tre cliniche, la compagnia Sai (rilevata da Raffaele Ursini, uno dei suoi maestri con Michelangelo Virgillito), che custodiva i pacchetti di Italcementi, Pirelli, Montedison, Cir e così via. E al suo apice, regnante sulla Milano craxiana, lo coglie (e lo manda in carcere) il ciclone Mani Pulite. Che gli guadagna un’indesiderata primazia: la condanna definitiva numero uno di Tangentopoli a oltre 5 anni per le tangenti pagate da Sai al fine di aggiudicarsi l’assicurazione dei dipendenti Eni. Ma l’ingegnere si risolleva. Vende e compra. E nell’estate 2001 mette a segno il grande colpo: Fondiaria, fino allora controllata da Montedison che in quel momento si trova assediata da Fiat-Edf, gli viene venduta da Mediobanca. E lui la fonde con la Sai. Nel gennaio 2003, quando Fonsai approda in Borsa, vale 1,6 miliardi. Alla fine del 2006 la capitalizzazione sfiora i 5,5 miliardi. Oggi siamo a 350 milioni. A metterla in ginocchio ha contribuito la crisi finanziaria. Ma ancora di più la gestione familiare, nei confronti della quale il primo a mettere in guardia i Ligresti era stato Vincenzo Maranghi, delfino di Enrico Cuccia, il fondatore di Mediobanca vicino a Salvatore perché, grazie ai suoi legami con Craxi, aveva favorito il via libera politico alla privatizzazione dell’istituto. L’ingegnere e i figli affondano Fonsai in una spirale di «operazioni con parti correlate» folkloristiche come la sponsorizzazione del purosangue di Jonella Toulon, sostanziose come le superconsulenze a Salvatore (42 milioni dal 2003) e «predatorie» come i passaggi di proprietà da Sinergia-Imco e altre società familiari a Fonsai di edifici, terreni, hotel e l’affidamento di lavori a imprese controllate dai Ligresti o loro vicine. Un circuito di affari con un bilancio a favore della famiglia dal 2005 di oltre 400 milioni netti. Fonsai, tra uscite, svalutazioni e «correzioni» di poste inadeguate, nel 2010-2011 perde circa due miliardi. Deve ricapitalizzare. Dopo il no all’acquisto in blocco da parte dei big esteri, arriva Unipol con la proposta di fusione. I Ligresti accettano, ma con un continuo stop and go. Guardano con favore alla soluzione Palladio Sator che gli garantisce Premafin e quindi il 14-25% di Fonsai, mentre il gruppo delle coop li «cancella» lasciando loro lo 0,4% del polo post fusione. Nel frattempo Salvatore vende il mattone: Citylife e Impregilo. E dal mattone in tribunale arriva il colpo decisivo.
Sergio Bocconi
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