Per Mediobanca il nodo Groupama

La quota di Groupama in Mediobanca potrebbe presto essere venduta. Che la compagnia francese, alle prese con problemi in casa, ne avesse l’intenzione si sapeva ma, secondo fonti qualificate, i tempi sarebbero ormai maturi.

Ieri Vincent Bollorè, a Milano per partecipare al comitato esecutivo di Generali, si è fermato a pranzo in Piazzetta Cuccia con il vertice dell’istituto, il presidente Renato Pagliaro e l’ad Alberto Nagel. Bollorè peraltro nel patto è l’unico altro azionista del gruppo C oltre a Groupama. Di regola sulle azioni in uscita avrebbero la prelazione gli altri partecipanti dello stesso gruppo, ma in questo caso Bolloré ha già raggiunto il tetto massimo consentito del 6%. Per collocare quel 4,93% della compagnia transalpina si potrebbe fare ricorso a terzi, «secondo le determinazioni dell’assemblea del patto». Dal summit di ieri sarebbe emersa però la possibilità che Groupama aspetti fino all’anno prossimo a porre la questione, non è certo se proprio fino alla scadenza del patto di dicembre.

 

Intanto Federico Ghizzoni, ad di UniCredit (che con l’8,66% vincolato al patto è il primo singolo azionista dell’istituto), ha raffreddato le ipotesi circolate di una separazione societaria tra l’attività bancaria e quella di holding di partecipazione di di Mediobanca. «Non c’è nessun progetto di scissione», ha tagliato corto Ghizzoni. Un tema che, come ha confermato al termine del cda di mercoledì anche Tarak Ben Ammar, non è mai stato portato all’attenzione del board. Il management di Mediobanca, a quanto risulta, ha esaminato però l’ipotesi sotto il profilo tecnico. La principale controindicazione è che una separazione tra le due attività provocherebbe una decurtazione del patrimonio che dovrebbe essere colmata per mantenere il core tier 1 all’11%, come richiesto a una banca d’affari. Dal momento che una cifra dell’ordine di 3 miliardi non potrebbe essere compensata che solo parzialmente ricorrendo al debito, la scissione provocherebbe l’esigenza di una ricapitalizzazione pari a quasi l’attuale capitalizzazione di Mediobanca che nessun azionista avrebbe la convenienza ad appoggiare.

Ciò detto il tema delle partecipazioni si pone. Anzi è già stato posto dallo stesso Nagel nel corso di un consiglio di giugno, quando sono state delineate le linee guida di un piano che, per tradursi in piano industriale vero e proprio, necessita un’almeno relativa stabilizzazione della situazione nell’eurozona. Ragionevolmente il piano potrà essere presentato verso aprile, quando sarà stato varato anche il piano di Generali del nuovo ceo Mario Greco. Il cardine è però già agli atti: la riduzione dell’esposizione all’equity, che quest’anno costerà pesanti svalutazioni a decurtazione della redditività prodotta dalla banca.

L’alleggerimento della quota in Generali è tema che terrà banco probabilmente per buona parte del 2013, considerato che dal 2014 dovrebbero scattare i vincoli di Basilea 3 che suggeriranno di procedere in questo senso. Condizionata dai patti invece la tempistica relativa alle partecipazioni in Rcs e Telco-Telecom. Si cercherà comunque di gestire il ridimensionamento delle quote in accordo con il management delle società e badando a non destabilizzarne l’azionariato. C’è poi, tra gli altri cantieri aperti, il tema CheBanca!, il canale di raccolta retail (10 miliardi con quattro prodotti) che, a causa del contesto esterno, è ancora in rosso. Si sta ragionando su come sviluppare il business della controllata che ha virtualmente concluso la fase di start up.

L’eco del caso Ligresti (il famoso foglietto siglato da Nagel) sta invece spegnendosi. Ghizzoni, che non è consigliere di Mediobanca, ha spiegato a proposito del board del 5 settembre: «Dalle informazioni che ho avuto, credo sia stato un cda molto tranquillo e molto costruttivo, con i soci che sono al fianco dell’amministratore delegato».

Fonte

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