I margini ci sono: ogni anno i cittadini spendono 30 miliardi al di fuori del perimetro pubblico
Roberta Tumo
La sanità integrativa – il secondo pilastro dell’assistenza sanitaria – come protagonista e volano del rinnovamento del Ssn
. Ma anche come risposta ai problemi finanziari del sistema pubblico, della qualità e tempestività delle cure, perfino come leva contro l’evasione fiscale. Il Fasi, il Fondo di assistenza sanitaria integrativa, festeggia a Roma i suoi 35 anni (uno in più del Ssn) e raccoglie nelle sale del Senato una platea d’eccezione e commenti a senso unico: proprio mentre sale di tono il dibattito sulla sostenibilità del Ssn, lanciato dal premier Mario Monti, la leva della sanità integrativa viene considerata una delle vie da imboccare per salvare la sanità pubblica. «Serve il sostegno a un’idea di welfare negoziale – ha detto il presidente Fasi, Stefano Cuzzilla – che possa rispondere alle esigenze del Paese. Noi siamo consapevoli del ruolo che possiamo ricoprire». Anche perché «abbiamo ottenuto conferme e risultati nel campo della prevenzione, dell’innovazione, della ricerca. Stiamo contribuendo alla competitività del Paese». La sfida, però, è lunga e tante le resistenze da superare. Ma la ristrettezza delle risorse, il welfare e l’universalismo che vanno svanendo, pongono all’attenzione dei policy maker la questione del secondo pilastro sanitario come ineludibile. Per salvare il Ssn, ma anche l’economia e le imprese che lavorano per il Ssn. E del resto la scalata dei fondi negoziali di categoria che stanno diventando una realtà nei rinnovi contrattuali, lo dimostra. Non è un caso – come risulta dalla ricerca del Fasi anticipata ieri da Il Sole-24 Ore – che i lavoratori più ancora che le pensioni integrative, prediligano la sanità integrativa. Per i cittadini – che, oltre ai 110 miliardi di costi del Ssn, spendono privatamente, in modo disordinato e senza regole, altri 30 miliardi, di cui l’85% interamente out of pocket – si tratterebbe di un’opportunità in più. E il mondo delle imprese, da sempre sostenitore del secondo pilastro, ne è ben consapevole. Per questo rilancia un’altra volta. «In tutto il mondo la sanità è un potente motore di crescita economica, di ricerca, di occupazione qualificata. In Italia la filiera della salute vale l’11% del Pil e 1,5 milioni di occupati, ma altrettanti nell’indotto», ha premesso Aurelio Regina, vice presidente di Confindustria. Ma il quadro finanziario e organizzativo della sanità, ha aggiunto, va sempre più deteriorandosi tra difficoltà delle imprese fornitrici del Ssn, super addizionali, ticket alle stelle. È un «universalismo ormai solo di facciata». Per questo, ha proseguito Regina, il sistema va ripensato, riorganizzando la spesa privata con un maggiore (e migliore) utilizzo del secondo pilastro sanitario. «Ma sempre in forme sinergiche con la sanità pubblica», estendendo «il regime fiscale agevolato a tutti i cittadini» oltre che ai Fondi negoziali. «Ancora oggi le trappole ideologiche vengono riproposte. Ruotano sempre attorno al tema: occorre distinguere cosa fa il Ssn e, quindi, definire il perimetro della sanità integrativa», ha messo in guardia Marcella Panucci, direttore generale di Confindustria. Un approccio da rigettare. Come dimostra la crescita «senza regole della spesa privata», anziché indirizzarla «verso obiettivi programmatici pubblici». Quello che fanno e che possono fare sempre di più i Fondi integrativi. Con tanti risultati in più: abbattere i costi anche contrattando gli acquisti di prestazioni, accorciare i tempi d’attesa, garantire le imprese. E assicurare cure di qualità. Cioé la mission delle cure pubbliche.
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