MILANO — Comunque vada a finire la telenovela dei Ligresti e del presunto accordo segreto sulla buonuscita per lasciare Premafin e Fondiaria-Sai, i soldi per salvare la seconda compagnia assicurativa italiana attraverso la fusione con Unipol si sono trovati.
Contemporaneamente all’interrogatorio dell’amministratore delegato di Mediobanca, Alberto Nagel, indagato per ostacolo alla vigilanza per il presunto accordo con Salvatore Ligresti, ieri in Borsa si è chiusa la prima fase di un doppio aumento di capitale. Servivano 1,1 miliardi per ricapitalizzare una Fonsai squassata da dieci anni di gestione Ligresti, finita sotto la lente della magistratura per i tanti conflitti di interesse che l’avrebbero condizionata. E ieri sono arrivati, almeno in buona parte. L’aumento Fonsai si è chiuso con il 68% delle azioni sottoscritte (più le azioni di risparmio), che significa che in pancia sono stati versati 666 milioni. A metterli è stata innanzitutto Unipol, ormai azionista all’81% di Premafin, la holding fino a pochi giorni fa dei Ligresti che possiede il 36,7% circa di Fonsai; per il 7% ha contribuito Unicredit, mentre un altro 19% circa lo ha messo il mercato. Il resto — se altri nuovi soci non sottoscriveranno le azioni inoptate — dovranno fornirlo le sette banche del consorzio di garanzia, a cominciare da Mediobanca e Unicredit, sembra con circa 60-65 milioni ciascuna. E anche Unipol ieri ha chiuso il suo parallelo aumento di capitale, sempre da 1,1 miliardi, con il 73% delle sottoscrizioni.
Insomma, gli aspetti patrimoniali e industriali in vista della fusione Unipol-Fonsai sono stati risolti. Il giallo dell’accordo tra Nagel e Ligresti per garantire alla famiglia dell’ingegnere di Paternò 45 milioni più contratti dirigenziali per i figli e immobili vari, è invece destinato a tenere ancora banco e a condizionare l’esito finale dell’operazione.
La Consob aveva escluso il 24 maggio l’offerta pubblica (Opa) su Premafin a condizione che non ci fossero trattamenti di favore per i Ligresti, che fin da gennaio avevano chiesto la manleva dalle responsabilità come amministratori e il diritto di recesso (alternativi alla prima versione che prevedeva 45 milioni dalla vendita delle azioni Premafin a Unipol). Questo presunto accordo Nagel-Ligresti sembrerebbe andare contro questo dettato. Ma i nodi sono tanti: innanzitutto, è un accordo? È solo una minuta? È un impegno tra due soggetti privati senza valore legale per le società? È sì un impegno ma assunto solo il 17 maggio, dunque prima delle condizioni poste dalla Consob? Se è un accordo occulto, è stato onorato? Ieri sera Mediobanca, ribadendo che «nessun accordo o patto» è stato firmato, ha precisato che Nagel «ha siglato, esclusivamente per presa di conoscenza, la fotocopia di un foglio di carta» manoscritto da Jonella Ligresti «che riportava un elenco di desiderata della famiglia Ligresti» che «non si è mai tradotto in alcuna ipotesi di accordo».
Se il pm Luigi Orsi dimostrasse invece che di accordo si tratta, la Consob dovrà imporre l’Opa. Purché questo accada Vegas ha bisogno di una prova certa, come per esempio un accordo scritto o un fatto concreto, come il pagamento della somma richiesta. Ma la circostanza che i Ligresti abbiano fatto scoppiare lo scandalo della lettera fa pensare che non abbiano ottenuto niente di quello che avevano richiesto. A subire le conseguenze della Consob peraltro sarebbe non Mediobanca, ma Unipol. La compagnia delle coop guidata da Carlo Cimbri sarebbe costretta a lanciare l’Opa sul 19% di Premafin che ancora non possiede. Non ci sarebbe invece un’Opa a cascata su Fonsai in quanto l’intervento sulla compagnia è stato considerato un salvataggio. Ma Unipol potrebbe obiettare – come ha già fatto capire Cimbri pochi giorni fa («Perché mai dovremmo essere preoccupati?») – di non sapere nulla dell’accordo.
Ma perché poi Nagel avrebbe dovuto scendere a tali patti? Una spiegazione potrebbe essere il garantirsi il buon esito dell’operazione al fine di tutelare il credito da 1,1 miliardi che Mediobanca vanta verso Fonsai, minacciato dalla resistenza dei Ligresti a lasciare il campo senza contropartite. Ad ogni modo si tratta di una situazione che pone il banchiere sotto i riflettori. Ieri sera sono anche circolate indiscrezioni, riportate dall’agenzia AdnKronos, secondo le quali ci sarebbero in corso colloqui e contatti tra vertici e azionisti di Mediobanca orientati a propendere per le dimissioni di Nagel. Una indiscrezione che Piazzetta Cuccia ha smentito categoricamente come priva di ogni fondamento.
Fabrizio Massaro
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