Amministratori più responsabili e meno ostacoli per le delibere

Non c’è solo la libertà di tenere cani e gatti. Nonostante il mondo mediatico abbia puntato l’attenzione sulla questione della possibilità di tenere in casa animali domestici in barba al regolamento condominiale votato in assemblea

, nella riforma del condominio si vanno a toccare questioni di grande rilevanza. Anche se poi sarà la giurisprudenza a riempire di contenuti queste norme. Esattamente come è accaduto a quelle che le hanno precedute, che sono durate settant’anni ma solo grazie a migliaia di sentenze della Cassazione. Le reazioni non sono particolarmente calde: si va dalla moderata soddisfazione degli amministratori condominiali dell’Anaci, il cui presidente Pietro Membri ricorda che le norme a garanzia della professionalità dell’amministratore sono regola fissa per l’associazione da molti anni. E, in effetti, alcuni requisiti della riforma (formazione, diploma di scuola superiore, assicurazione) sono facoltativi in molti casi (per chi svolge già l’attività da almeno un triennio o amministra l’edificio in cui abita). Certo, nella riforma, che peraltro entrerà in vigore tra sei mesi, ci sono disposizioni “garantiste” che ampliano la libertà dei condòmini ma senza considerarne le conseguenze. All’indice è soprattutto la possibilità di distaccarsi dal riscaldamento, richiestissima da chi vorrebbe spendere e non riesce a convincere gli altri a sostituire obsoleti impianti energivori. Per Achille Colombo Clerici, presidente di Assoedilizia, questa facoltà «urta con l’esigenza del risparmio energetico e del conseguente disinquinamento atmosferico delle città». I sindacati degli inquilini hanno pareri positivi: Daniele Barbieri (Sunia) vede la riforma come «un fattore di rinnovamento della vita condominiale in tutti gli aspetti», mentre Guido Piran (Sicet) evidenzia che «sono state recepite le richieste del sindacato di eliminare la solidarietà diretta dell’inquilino con il proprietario nel pagamento delle spese gestionali e di partecipazione». Sul fronte del no in termini assoluti si schiera invece Rosario Calabrese dell’Unai (amministratori), che la definisce «la peggiore legge licenziata dal Parlamento italiano in centocinquant’anni di storia». Critica anche l’Assocond (condòmini): «La riforma rischia di diventare una fonte di lavoro per giudici e avvocati». Gli elementi positivi, però, ci sono: per esempio, la sanzione per la violazione del regolamento condominiale era ferma a 5 centesimi dal 1942 (quando 100 lire valevano come 50 euro), mentre ora almeno chi continua a comportarsi da maleducato si vedrà appioppare 200 euro direttamente dall’amministratore, che saliranno a 800 in caso di recidiva. Piccola cosa, certo, ma meglio che nulla. Invece è sciocco sottovalutare l’importanza della possibilità di cambiare a maggioranza le destinazioni d’uso delle parti comuni, mettendo così a reddito tanti piccoli tesori dimenticati (si veda l’articolo alla pagina seguente). E anche le nuove responsabilità dell’amministratore (sempre alla pagina seguente) produrranno inevitabilmente una scrematura dei non professionisti, con vantaggi a lungo termine ma certi. Il giorno prima del varo della riforma, a Pisa, in un convegno organizzato da Anaci Veneto e Toscana dove era presente il relatore al Senato, Franco Mugnai, erano state avanzate pressanti richieste sulla necessità di reintrodurre il potere dell’amministratore di intervenire per controllare la sicurezza dell’edificio. Ebbene, se da una parte il principio è giusto, come sarebbe stata valutato, in sede costituzionale, il suo diritto di entrare a visionare l’appartamento di un condomino su semplice segnalazione di un altro? Forse alcuni aspetti della riforma sono stati smussati proprio per evitare che s’impantanasse subito

 

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