La notizia è passata in sordina: per una volta tutte d’accordo, le (troppe) autorità bancarie americane hanno concesso alle loro banche un rinvio a data da stabilirsi del primo graduale aumento dei requisiti di capitale sulla strada di Basilea III. Per completezza di cronaca, le autorità cinesi hanno fatto sapere solo due giorni dopo che loro, invece, avrebbero mantenuto la scadenza
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I principali istituti mondiali sono tornati appena ai livelli di solidità patrimoniale che avevano prima della crisi finanziaria e che si sono poi dimostrati ampiamente insufficienti. Sono livelli ancora estremamente modesti, grosso modo solo 5 euro di capitale e 95 di debito per 100 euro di attivi a bilancio. Basilea III, se e quando entrerà in vigore, richiederà un aumento di appena un terzo.
Al livello richiesto da Basilea III, il capitale delle banche sarà solo meno di un terzo di quello che gli hedge fund ritengono da sempre di dover tenere a parità di rischi in bilancio. Pochi banchieri, anche tra quelli centrali, lo hanno capito. Ma qualcuno sì.
Philipp Hildebrand, ex governatore della Banca nazionale svizzera, ha scritto sul Financial Times che le banche dovrebbero essere obbligate a fare aumenti di capitale entro tre mesi per raggiungere subito i requisiti integrali di Basilea III, invece di arrivarci nei prossimi sei anni.
Rafforzare le banche obbligandole ad aumentare il capitale è molto meglio che non lasciarle ridurre il credito erogato. Nell’esempio di prima, la solidità delle banche raddoppia iniettando 5 euro di capitale (o convertendo 5 euro di debito in capitale) oppure tagliando di 50 euro gli attivi, cioè i prestiti, ed asfissiando quindi l’economia.
Le banche percepiscono di essere fragili. Inoltre ormai tutte contano implicitamente sull’aiuto degli Stati in caso di difficoltà. Con la conseguenza che le banche italiane, più solide ma con alle spalle uno Stato già finanziariamente oberato, raccolgono denaro a costi più alti delle più fragili concorrenti tedesche. E questo maggior costo della raccolta si ripercuote sulle aziende italiane, soprattutto le medie e piccole, che non hanno purtroppo, in Europa, l’accesso diretto al mercato del credito.
L’unione bancaria invocata finalmente al Summit di giugno avrebbe dovuto risolvere il problema, slegando il destino delle banche da quello dei loro Stati. Ma il processo verso l’unione bancaria pare impantanato in beghe tecniche e politiche che forse nascondono anche la difesa del vantaggio immeritato di cui godono i Paesi ritenuti più forti. Giochini da incoscienti quando si è sull’orlo del baratro.
Andrew Haldane della Bank of England ha tenuto una relazione al convegno annuale di fine agosto dei banchieri centrali a Jackson Hole che ha fatto scalpore. Riconosce che i problemi complessi vanno affrontati con regole euristiche semplici. Le leggi fatte negli anni Trenta dagli Usa, Glass-Steagall e Securities and Exchange Acts, erano di poco più di 500 pagine in totale e sono funzionate per 75 anni. È improbabile che Dodd-Frank, che arriverà a generare 30 mila pagine tra leggi e regolamenti di applicazione, sia altrettanto efficace.
Tra l’altro, dopo la crisi degli anni Trenta, non solo gli Usa separarono l’attività di banca commerciale da quella di investment banking, ma le banche erano limitate ad operare solo entro gli angusti confini dei singoli Stati federali in cui avevano sede per evitare che assumessero rilevanza sistemica. Non sembra che lo sviluppo successivo degli Usa ne abbia sofferto, anzi. Oggi solo un terzo dell’intermediazione finanziaria in Usa passa per il canale bancario, contro oltre l’80% in Europa, e anche le pmi hanno accessi diretti ai mercati finanziari.
Haldane analizza le 101 maggiori banche del mondo alla vigilia della crisi e conclude che la semplice leva finanziaria è stato un miglior indicatore di robustezza dei complessi indicatori compensati per il rischio delle normative di Basilea. Ho analizzato i suoi dati nelle scorse settimane. Delle 101 maggiori banche del mondo, 11 avevano già nel 2006 ratios patrimoniali più alti di quelli che richiederà Basilea III. Di queste 11 banche, le più solide tra le grandi, ben 4 sono state liquidate o hanno dovuto ricorrere all’aiuto statale. Come dimostrano gli hedge fund, ci vuol ben più capitale di quanto richiederà Basilea III, se e quando arriverà.
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