“Salviamo Fonsai premiando i piccoli azionisti”

GIOVANNI PONS

MILANO

— Per il salvataggio di Fondiaria Sai si è ormai giunti al momento della svolta. Oggi si riunisce il cda della compagnia e dovrà decidere se andare avanti con la proposta Unipol oppure se cambiare rotta e dirigersi verso la nuova offerta di Sator e Palladio.

La discesa in campo a viso aperto di Matteo Arpe e Roberto Meneguzzo è stata vissuta quasi come un’offesa da Mediobanca, regista della Grande Unipol, ma se non altro ha messo sul piatto un’alternativa, come spiegano per la prima volta i due protagonisti. «Noi da mesi lavoriamo a questa operazione perché crediamo che Fonsai sia stata finora malgestita dice Meneguzzo -. Se la società fosse guidata al meglio tra tre anni potrebbe generare 400 milioni di utili che il mercato potrebbe valutare fino a 3,5 miliardi, con creazione di valore per tutti». Tuttavia Unipol e le banche creditrici, con in prima fila Unicredit, finora hanno tirato dritto sull’ipotesi della fusione anche per salvaguardare i propri prestiti. «Il problema è l’iniqua distribuzione dei costi del salvataggio di Fonsai – spiega Arpe -. Abbiamo segnalato al collegio sindacale, che ha condiviso i timori, diversi aspetti che non risultano nell’interesse né di Fonsai né dei suoi azionisti. Di fatto chi è responsabile dell’attuale stato di crisi può uscire apportando i propri debiti a Fonsai e con un diritto di rivendere le proprie residue azioni alla stessa società ad un prezzo multiplo delle quotazioni. Tutto lo sforzo è a carico degli azionisti di minoranza». E per “salvare” anche i piccoli azionisti i due fondi hanno deciso di proporre una soluzione direttamente a Fonsai, senza alcun aiuto esterno. «Noi proponiamo una soluzione molto semplice, con un aumento di capitale da 800 milioni per la gran parte coperto dall’intervento di Sator e di Palladio che si impegnano per un importo superiore a 500 milioni, almeno il doppio di quello richiesto al mercato – dice Meneguzzo -. Fonsai non ha bisogno di partner industriali, ma solo di capitali e di top management. E’ già il secondo player del mercato, ha un ottimo middle management, solo cambiando la prima linea, senza fare alcuna dismissione e consolidando le quote di mercato si possono ottenere buoni risultati». Qualcuno ha però obbiettato che Sator e Palladio non abbiano le spalle sufficientemente larghe per affrontare l’impresa. «La nostra operazione è finanziata integralmente da patrimonio senza ricorso a debito – ricorda Arpe – il nostro orizzonte di investimento è lunghissimo. Sator è stata una delle prime realtà in Europa autorizzata ad assumere il controllo di aziende bancarie quotate». Mentre la Palladio Finanziaria «è controllata dal management, da banche di primario standing e da famiglie imprenditoriali. Ha mezzi per 500 milioni e può tenere in portafoglio la partecipazione in Fonsai per cent’anni, se volesse».

 

Tuttavia, quale potrebbe essere l’interesse di Premafin, che è ancora l’azionista di maggioranza di Fonsai, a sposare l’opzione aumento “stand alone”? «La nostra offerta prevede che il maggior valore rispetto alle quotazioni sia riconosciuto a FonSai stessa e non al suo azionista. Questo a beneficio di tutti e quindi anche di Premafin, che invece di diluirsi a quote insignificanti potrebbe rimanere socio di minoranza, senza governance, con quota del 20%. Una fisiologica ripresa di redditività di Fonsai consentirebbe ai creditori di Premafin un recupero integrale delle proprie ragioni senza sacrifici». Certo, seguendo questo ragionamento qualcuno potrebbe dire che così si salvano anche i Ligresti. «Una buona operazione di rilancio salva Fonsai e quindi tutti i suoi azionisti, l’importante è che questi ultimi non ne siano di ostacolo e che non si ragioni all’inverso: salviamo l’azionista a spese della azienda», è la risposta che arriva a tambur battente. Ma ci saranno poi banche disposte a sostenere l’aumento, come succede per Mediobanca e Unipol? «Di fatto il rischio di mercato per la parte dell’aumento di capitale in opzione varia tra 240 e 280 milioni, assumendo che né Premafin né Unicredit sottoscrivano l’operazione – replica Meneguzzo -. Ad oggi questo rischio è già per molta parte coperto da banche che ci hanno dato la loro disponibilità». Al dunque ci vorrebbe una comparazione a bocce ferme delle due alternative sul tavolo, operazione che tocca al cda Fonsai. Purtroppo, se il cda decidesse di tirare dritto con la soluzione Unipol, si rischia di andare per vie legali. «Ci aspettiamo che il cda Fonsai riconvochi l’assemblea per l’aumento di capitale poiché la delibera del 19 marzo, a parere dei nostri legali, è viziata dalla mancata pubblicazione del patto Unipol-Premafin ed è impugnabile – ricorda Meneguzzo . Ed è per questo che depositeremo ricorso al Tribunale di Torino, forse anche con una richiesta di sospensiva immediata». Secondo Arpe neanche l’autorizzazione l’Isvap a salire oltre il 10% può rappresentare un ostacolo. «Non vediamo un motivo per cui l’autorità debba impedire un progetto di ricapitalizzazione stand alone che consente un sviluppo senza smembramenti di attività e senza esuberi di personale, già annunciati nell’altra ipotesi». Il salvataggio di Fonsai ha poi il coté degli equilibri di sistema poiché chi vince agguanta anche le partecipazioni strategiche ivi contenute. Ma Meneguzzo getta acqua sul fuoco: «Non ci interessano partecipazioni che non sono legate ad attività assicurative, dunque le dismetteremo al momento opportuno. La nostra non è un’operazione di potere». D’altronde Palladio fa già parte del sistema avendo una quota indiretta in Generali e buoni rapporti con il suo ad, Giovanni Perissinotto, da alcuni indicato come lo sponsor dell’opzione alternativa. «Se l’antitrust avrà qualcosa da eccepire ci adegueremo immediatamente alle sue indicazioni. Personalmente ho un eccellente rapporto con Perissinotto, ma non c’entra niente con l’operazione Fonsai». Ma è innegabile che per la prima volta soggetti finanziari nuovi si sono messi di traverso a un’operazione congegnata da Mediobanca. È un segnale di debolezza della galassia? «Difficile sostenere che il sistema Paese sia quello che ha portato FonSai sull’orlo del dissesto», conclude, con una punta di sarcasmo, Arpe

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